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venerdì, novembre 09, 2007
 

Polvere plastica.20

Tanto in un modo o nell’altro al 15 del mese ci si arriva lo stesso. Su questo pare che contino l’agenzia e l’azienda. Il come non è importante, problemi privati dell’operaio.
Dopo la scena in filiale, il pomeriggio stesso, mi decido a chiedere direttamente a G., il maggiore dei due fratelli titolari, quello che sembra il più disponibile umanamente e con cui ho un rapporto migliore.
In un momento di calma mi avvicino a lui e comincio a raccontargli dell’esito della richiesta fatta all’agenzia, dell’inutile lettera con motivazioni, della difficoltà in cui mi trovo.
Rimane sorpreso, o almeno così appare.
- Quanto ti serve? – mi chiede, con aria titubante...

(continua qui)


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scritto da usermax | 23:47 | commenti (1) Torna in plancia




mercoledì, settembre 05, 2007
 

Polvere plastica.19

L’agenzia interinale si trova in centro, sui Lungarni, all’interno della Zona a Traffico Limitato. Ci posso arrivare solo in motorino, ma il tragitto non è proprio da buttar via: Piazza Poggi, Santa Croce e poi Gli Uffizi là di fronte, Ponte alle Grazie, Ponte Vecchio, Piazza Pitti, Via Maggio, Ponte di S.Trinita, Palazzo Corsini. Abbastanza per riconciliarsi, ogni volta, con questa città che per altri aspetti riesce spesso a farsi odiare.
Quando si riscuote lo stipendio ci si ricorda di essere dipendenti di agenzia interinale, di come può essere precario il proprio stile di vita...

(continua qui)


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scritto da usermax | 12:34 | commenti Torna in plancia




venerdì, luglio 06, 2007
 

miniature (2)

di Riccardo Cardellicchio

 

Il mistero del lago

L’hanno preso. Anzi, l’ha preso. Di notte. E l’incubo è finito. Sorridono tutti, ora. E lui è l’eroe, l’uomo di fegato. Colui che con una mossa rapida, da esperto, ha vinto il nemico che inquietava le ore della gente che vive intorno al laghetto.

Qualcuno vorrebbe organizzare una festa in suo onore. “Per carità”, dice lui. Che è un modesto. E’ arrivato dal suo paese di campagna, subito dopo aver letto i giornali. Nessuno lo ha invitato. “Io so come ci si comporta in questi casi”, ha detto al sindaco. E il sindaco gli ha creduto. E ha fatto bene. Ora non c’è più il mistero, il pericolo.

Ma vorrebbe avere tra le mani, il sindaco, il bastardo che non ha trovato di meglio che usare il laghetto per disfarsi di un ospite ingombrante. E’ sempre così. Chissà quante pantere, quanti rettili sono stati liberati da gente che si era fatta prendere dal fascino dell’animale diverso in casa, in giardino.

Il primo a vedere che c’è qualcosa di strano, nel laghetto, è un uomo, al quale non tutti credono. E’ uno che non disdegna il vino. Anzi. La moglie lo guarda storto e gli fa capire che è bene stia zitto zitto. Sennò corre il rischio di sentirsi accusare delle peggio cose.

Ma lui non tace. E allora viene fuori una donna che dice: sì, ho visto anch’io qualcosa di strano. E un ragazzo: a me è sembrato un coccodrillo. Un coccodrillo? Macché – interviene un professionista di prestigio – a me è parso un alligatore.

I coccodrilli arrivano a una lunghezza di dieci metri. E sono voracissimi. Gli alligatori, quelli del Fiume Giallo e del Mississipi., arrivano fino ai 5 metri, il muso tozzo quanto i coccodrilli l’hanno allungato. Meglio star lontani dalle loro mandibole.

Subbuglio. Ragazzini rinchiusi in casa. Laghetto disertato dalle coppie timorose. I curiosi – e sono tanti - in cerca di conferme o smentite. I giornali non ci vanno di scartina. Siamo quasi al mostro. Quando arriva il ragazzo di campagna, esperto in rettili. Prende una barca, di notte, con la fidanzata. Lei rema e lui guarda nell’acqua. A un certo punto tuffa la mano in acqua e la ritira con un rettile ben stretto. Lo esibisce. E’ un caimano non più lungo di 70 centimetri, età due anni scarsi. Un esserino che, lasciato fare, sarebbe diventato lungo quasi tre metri, tozzo, muso largo. Arrivato lì chissà come dall’Amazzonia.

 Sorride l’eroe e la fidanzata lo guarda con occhi lustri.

 

Convivenze (1)

Disse, l’insegnante: “La convivenza era diventata impossibile”

La portinaia le tolse di mano il coltello da cucina. Lungo. Affilato. Insanguinato.

Aggiunse, l’insegnante: “Non ce la facevo più. O lui o io”. Era sfinita. Si sentiva sfinita. Il suo volto si era trasformato in un mare di rughe.

La portinaia la fece sedere in poltrona. Sembrava una mummia.

La portinaia disse al marito di portare via dal salotto il cane lupo, morto sgozzato,  di sotterrarlo in giardino e di pulire ben bene la stanza.

L’insegnante chiuse gli occhi. Si sentì una piuma.

 

Convivenze (2)

Lo avevano avvertito che era rischioso. Che era libero di fare qualunque cosa in casa sua, però era rischioso. Non subito, ma tra qualche mese. Deve rendersene conto, gli avevano detto.

Lui aveva sorriso. Tranquilli, aveva detto.

Ora era nella sua camera da letto, sopraffatto nel sonno dal serpente boa che aveva voluto comprare a ogni costo.

Morto stecchito.

 

La nemica

Eccola, la zanzara. L’orecchio è sensibile al suo ronzio. Ha superato ogni sbarramento chimico. S’è infilata in camera, a notte inoltrata, attratta dal calore dei corpi e dalla luce. Dov’è? Le ombre dell’abat-jour la fanno sembrare ovunque. L’occhio è vigile, il corpo pronto a scattare. Una mano, soprattutto. “Vieni, piccola, che ti sistemo”. La mano è armata di una ciabatta di pelle fine.

Dov’è? E’ lassù. Sì, è lei. Mi sposto. Sfiora il soffitto, va sopra l’armadio, conquista la tenda della finestra, dove si nasconde tra le pighe. Si mimetizza, la furba. Si avvicina al bersaglio. Non v’è dubbio. E’ pronta per la picchiata sul corpo steso sul letto, indifeso. Si stacca, infine. La ciabattata è fulminea, un bolide. Ma la ciabatta mi sfugge di mano e va a finire sulla fronte di lei, in dormiveglia da almeno un’ora, che balza sul letto in preda allo spavento: “Oddio, una rapina”.

Poco dopo, il ronzio testimonia che l’altra, la nemica, la maledetta, la sanguisuga volante, il vampiro sotto mentite spoglie, è viva e vegeta.

Sarà una lunga notte.

 

Sbadataggine (1)

La formica lasciò la lunga processione schizzofrenica e allungò per una sistola.

 

Sbadataggine (2)

La cicala sbagliò albero: l’abete fu abbattuto un minuto dopo l’inizio del suo frinire.

 

Sbadataggine (3)

Cieca, la volpe non s’accorse d’essere entrata nel pollaio vuoto.

 

Solitudine

Lo trovarono, il lupo, morto da giorni nel viottolo dietro la chiesa romanica. Nessuno, in paese, aveva mai saputo della sua esistenza.

 


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scritto da padulericcardo | 23:21 | commenti Torna in plancia




domenica, luglio 01, 2007
 

LA PASSEGGIATA

di Riccardo Cardellicchio

 

Ogni volta che le prendeva la voglia di riflettere, anche a voce alta, infilava il viottolo che la portava diretta al bosco sul colle.

Luogo di svaghi giovanili, degli incontri, i primi, con il ragazzo che le sarebbe rimasto nel cuore a lungo.

Lo fece anche quel giorno, un sabato pomeriggio, dopo aver dato appuntamento agli amici verso il tramonto.

Obiettivo: andare a cena insieme, in un ristorante dal menu a base di tartufo. Il tartufo era la sua debolezza.

Ma l’attesero invano.

La cercarono per telefono, gli amici. Anche sul cellulare. Tanti squilli a vuoto.

Possibile?

Lei non si separava mai dal cellulare.

Che si sia sentita male?

Andarono a casa. Nessuna risposta.

Allora decisero d’entrare con i vigili del fuoco.

Niente.

Tutto in ordine.

Che abbia avuto un malore durante la sua passeggiata?

Conoscevano il percorso.

Cercarono. Muniti di pile. E, non contenti, attesero l’alba.

Il nulla.

Nessun segno di lei.

Dopo un mese furono sommersi da segnalazioni fantasiose.

Cosa poteva esserle successo?

Si arrovellavano, la sera. Si radunavano, ora in casa di uno, ora in casa di un altro. E svisceravano tutto quel che c’era da sviscerare.

Rivoltavano la sua vita. Amicizie. Amori. Odi.

Senza costrutto.

Poi, l’amica più intima, un giorno ricevette una telefonata: “Per favore, smettete di cercarmi”.

Comunicazione disturbata. Impossibile capire se era lei o no.

Di sicuro, voce di donna, disse agli altri.

“Dobbiamo crederci?”

Non tutti erano d’accordo.

Alla fine, prevalse la decisione di fermarsi. In attesa.

Due mesi dopo fu trovata una valigia in una discarica.

Fu aperta. Conteneva resti umani.

La notizia arrivò agli amici della scomparsa.

Alcuni s’inquietarono.

Dopo tre giorni, i giornali uscirono con una notizia inattesa: erano i resti di un uomo.

E la scomparsa della giovane donna finì nel dimenticatoio.


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scritto da padulericcardo | 11:45 | commenti Torna in plancia




martedì, giugno 12, 2007
 

IL VIOLINISTA

di Riccardo Cardellicchio

 

Stavano suonando Vivaldi.

Era il suo autore preferito. Sollecitava la sua indole romantica. E sentiva che dal suo violino uscivano note diverse. Gli sembravano più decise, rotonde, capaci di aggiungere poesia alla poesia.

Teatro pieno. Era una grande occasione.

Era il clou della rassegna musicale che aveva animato la piccola città per quindici giorni.

Un impegno organizzativo ed economico notevole.

Gli era piaciuto farne parte.

Era il primo violino dell’orchestra regionale.

Un ruolo conquistato a fatica.

Il silenzio piombò in un secondo.

Totale.

Sorpreso, guardò verso il direttore.

Che succedeva?

Dette un’occhiata alla sua sinistra.

L’orchestra continuava a suonare.

Ma dov’era la musica?

Dove si perdeva?

Chi l’ingabbiava?

O il silenzio era nei suoi orecchi?

Non poteva cessare.

Continuò, la mente ad altri concerti con quella musica.

Sudato fradicio.

Arrivò alla fine stremato.

S’accorse che il pubblico applaudiva in piedi.

Aveva dato il meglio di sé, nella disperazione.

Il direttore gli strinse la mano. Contento.

E lui, piano, in un sussurro: “Non sento. Non sento più nulla. Sono diventato sordo”. E, di volata, lasciò il palcoscenico.


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scritto da padulericcardo | 23:35 | commenti Torna in plancia




martedì, giugno 05, 2007
 

MINIATURE

di Riccardo Cardellicchio

LO SCRITTORE PER RAGAZZI

Il vecchio scrittore per ragazzi, celebrato, lasciò la città per annullarsi in una località di mare frequentata. Sul suo capo pendeva un sospetto di pedofilia. Disse: "Soltanto menzogne su di me". Un lunedì mattina, lo trovarono morto nella pineta frequentata da baby prostituti

L'IMPIEGATO

Tutti dicevano che era una persona socievole, perbene. Un impiegato modello. Lo ripeté la sua vicina di casa quando i carabinieri andarono ad arrestarlo e non lo trovarono. Era accusato d'aver strangolato una prostituta nigeriana.

IL GIOCATORE

Rincasava a notte fonda dopo aver passato ore con le carte in mano al circolo. Perdeva. Ma quella sera aveva vinto tanti soldi. Lo bloccarono in due davanti al cancello male illuminato della sua abitazione. Reagì. Uno lo colpì al cuore con un coltello da caccia.

IL CACCIATORE

Sparò sicuro di sé. Il cinghiale - ferito - lo caricò, reso folle dal dolore. Non ebbe scampo.

IL GEMELLO

I colpi lo centrarono mentre stava attraversando la strada con la moglie. Erano due, i killer. In moto. Resi anonimi dai caschi. Uno armato di pistola. Avevano avuto una foto per identificarlo. Ma non erano stati avvertiti che la preda aveva un gemello. Sposato. Una pasta d'uomo.


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scritto da padulericcardo | 17:26 | commenti (1) Torna in plancia




giovedì, maggio 24, 2007
 

L’UOMO IN CROCE

di Riccardo Cardellicchio

 

Arrivò una sera di vento e di solitudine, non so più quanto tempo fa.

Non credevo arrivasse.

Non pensavo d’averne bisogno.

Gli domandai severo: “Che vuoi?”

Mi sono chiesto, in seguito, cosa sarebbe successo se fossi stato zitto.

Il silenzio l’avrebbe allontanato?

Non credo.

Sa sconfiggere anche il silenzio.

Sa superare corazze d’indifferenza.

 

Non era più il protagonista di una favola raccontata in una chiesa poco illuminata.

Capace di annoiarti. Di rendere ancor più prepotente la voglia di correre a giocare nella strada polverosa, ancora piena di buche – segni del passaggio di una guerra devastante.

No.

Era l’uomo martoriato.

Deriso.

L’uomo in croce.

Messo in croce perché parlava con parole che non tutti intendevano, o non volevano intendere.

Perché diverso.

 

Gesù o Barabba?

E la folla – chissà quanti per gioco e quanti per convinzione – disse Barabba.

 

Arrivò sull’onda del dolore.

Di più: della disperazione.

Il buio sul futuro, nessun appiglio.

Arrivò in silenzio, ancora di salvezza.

Arrivò con il suo dolore e la sua gioia.

E mi si piazzò accanto.

Pieno di comprensione.

 

Arrivò con la sua storia misteriosa, traboccante di parole capace di sconvolgere.

Parole che pugnalano cuore e anima.

Che non consentono alibi.


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scritto da padulericcardo | 00:30 | commenti Torna in plancia




venerdì, maggio 11, 2007
 
L;'UOMO CHE AMAVA LE STELLE

Guardava le stelle continuamente. Aveva imparato da ragazzo, grazie a un piccolo telescopio, regalo di suo nonno. Lo affascinava il mistero del cielo. Guardava le stelle e fantasticava. Fantasticava su altri mondi. La passione s'era trasformata in lavoro. Le sue giornate andavano oltre la realtà. Erano fatte di solitudine e silenzio. Una o due frequentazioni, senza impegno. Una mattina d'autunno, rivolto all'assistente, disse, la voce incrinata: "Non ci vedo più. Buio completo". E si mise a piangere. In silenzio (r.c.).




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scritto da padulericcardo | 00:10 | commenti (1) Torna in plancia




domenica, aprile 29, 2007
 

IL CRUDELE  ZIO WALT

di Riccardo Cardellicchio (da un’idea di Alberto Pozzolini)

 

Sullo schermo si susseguono – senza ordine – brevi sequenze dei film di Walt Disney. Dai più vecchi ai più recenti. Mentre si sentono – sovrapposti – accordi musicali.

Voce esterna, cavernosa: In principio fu Topolino.

Ai cartoni subentrano immagini di guerra. Parate militari.

Voce esterna: L’Americano delle buone azioni.

Arrivano immagini dei processi dell’epoca della caccia alle streghe, ai presunti comunisti,  di pestaggi di negri, di croci incendiate dal Kkk.

 

Voce esterna: America democratica. La culla della democrazia.

 

Entra Walt Disney.

Disney: La mia America è l’America di Mickey Mouse, alias Topolino,

del commissario Basettoni,

di Pippo, Pluto e Paperino.

Archimede Pitagorico.

Clarabella.

Eta Beta.

Minnie.

Paperina.

Paperon de’ Paperoni

Gambadilegno.

La Banda Bassotti.

Dumbo.

Gastone.

Nonna Papera.

Nonna di chi?

Via, non c’è bisogno di sottilizzare.

Tutto è bene quel che finisce bene.

Spon River dei buoni sentimenti.

L’America laboriosa, piena d’inventiva.

 

Entra Minnie.

Minnie: Ah, sei qui. Ti cercavo. Ho bisogno di parlarti. Di parlarti seriamente. Sì, seriamente. Devi ascoltarmi. Te lo ripeto: voglio la mia libertà. Devi capirmi. Non puoi condannarmi a essere usata come mi usi tu. Mi adoperi quando non ne puoi fare a meno.

Mi fai inseguire quello lì, Topolino. Uno che se non fa una buona azione il giorno, ci sta male.

La cerca di continuo. Neanche i boy scout. L’americano modello.

Mai che gli venisse l’uzzo di cercare me.

E quando mi vede, che gli venisse…

Te ne accorgi subito che pensa ad altro.

Perché uno, se ha il cervello giusto, tutte le rotelle a posto, s’accorge che ci sono anch’io. E da un pezzo, ci sono.

E una carezza, ogni tanto, potrebbe anche farmela.

E un bacio, via, non dovrebbe negarlo a una paziente come me.

Una che è rassegnata

A fare l’eterna fidanzata.

Una che va in bianco

un giorno dopo l’altro,

un anno dopo l’altro

nell’America puritana

che scolora se vede un nudo

ma non si scandalizza

se il nero tira le cuoia.

Voglio la mia libertà.

Devi capirmi.

Te lo dico da un pezzo.

Ma tu duro.

Mi vuoi verginella,

pronta a correre dietro a Topolino

tutto d’un pezzo.

Ligio al dovere.

Sempre nel giusto.

Mai che sia capitata in qualche storia piccante, in mano a uno tutto muscoli, un po’ maniaco. Uno di quelli che sanno come togliere le mutandine con il coltello. E ti sbatte su un tavolo e non gliene importa niente se il tavolo scricchiola.

E non importa niente neanche a te. Perché sei un po’ mignotta.

Disney; Hai finito?

Minnie: Non ti basta?

Disney: Non so che ti stia prendendo, da un pezzo a questa parte. Sta di fatto che tu sei Minnie e non puoi essere diversa. Tu fai parte dei miei sogni. Dei sogni che voglio regalare alla gente.

Entra Paperina.

Paperina: Mi è sembrato o ho sentito parlare di una mignotta?

Minnie: Parlavo con  lui. Mi dimenavo nei miei guai.

Paperina: Quelli che ci combina lui. Il crudele.

Disney: Come ti permetti?

Paperina: Mi permetto. Come si può chiamarlo uno che ti fa stare insieme, caschi il mondo, con gli svitati, con uno irascibile della forza di Paperino?  Che non osa sfiorarmi neanche con un dito. Non è tollerabile che si vada avanti così. Siamo fuori del mondo.

Minnie: No, siamo dentro il suo mondo (indica Disney). Tutto zucchero e miele. E , se succede qualcosa, se un Gambadilegno qualsiasi ne combina una, se la Banda Bassotti tenta un colpo, è tutta roba da ridere. Nulla che inquieti le anime candide.

Nessuno deve inquietarsi.

Né il bambino né la mamma.

Figuriamoci i nonni.

Nessuno deve pensare alla realtà. Tutti devono immergersi nella fantasia. Nel sogno.

Disney: Non vi sopporto. Proprio non vi sopporto.

Esce.

(Musica)

Sullo schermo appaiono Alice nel paese delle meraviglie, Biancaneve e i sette nani, la Bella Addormentata nel bosco, la Sirenetta e Cenerentola.

Paperina se ne accorge.

Paperina: Che ci fanno loro? Che hanno a che fare con noi?

Minnie: Gli servono.

Paperina: Per cosa?

Minnie: Per continuare il sogno, quel sogno che deve far ignorare la realtà.

Paperina: Alice, Biancaneve, la Bella addormentata, la Sirenetta, Cenerentola.

Minnie: Alice è il parto di un pedofilo. Uno che amava fotografare le bambine nude. Alice è un suo peccato. Ma lo zio Walt l’ha ignorato.

Paperina: E se ne appropria per cospargere di miele le famiglie. Mangiate, bevete e sognate.

Minnie: Non vi basta Alice? Allora ecco Biancaneve e i sette nani. Una che è tutta stupore. S’infila nella casa dei sette e ci sta tranquilla. Una pasqua. Ragazze, vedete, non tutti gli uomini hanno cattivi pensieri. Che può essere anche vero. Ma quelli sono sette minatori, mica la vedono tutti i giorni una come Biancaneve. E se non vi basta Biancaneve, allora prendetevi anche Cenerentola. Per dire che i sogni possono avverarsi.

Paperina: Io, quello lì, l’ho sempre considerato un Peter Pan. Uno che si è proposto di non crescere. E guai se i suoi collaboratori sgarrano. Il mondo è uno solo: a dimensione di bambino. Il mondo è fantasia. L’America è fantasia.

L’amore è una parola che vola alta. Sopra la testa di tutti.

Walt Disney è il pilota.

(Musica)

Minnie: Voglio l’amore vero,

l’amore ignorato,

intenso come un tornado.

Un colpo al cuore

Che mi faccia cancellare

Il nulla del passato,

che mi sommerga.

Che mi faccia sentire femmina.

Non voglio essere bambola,

manichino, robot.

In mani insensibili,

manipolatrici di cuori,

i sentimenti annacquati.

Voglio l’amore vero,

motore del mondo.

L’amore ignorato.

Paperina: Non vogliamo vivere più ai margini.

Vogliamo storie tutte per noi.

Vogliamo letti soffici,

capaci d’accogliere i nostri desideri.

Minnie: Vogliamo disegnatori guardoni.

(Musica)

 

Entra Campanellino.

Campanellino: Ma che vi prende?

Minnie: Ci prende quel che ci prende.

Paperina: Tu che vuoi?

Campanellino: Voglio riportarvi alla ragione.

Minnie: Eccone un’altra.

Paperina: Un’intrusa. Tutta miele.

Minnie: Ti ha mandata lui.

Campanellino: Chi è questo lui?

Paperina: Non fare la gnorri. E’ lo zio Walt. Il crudele zio Walt.

Minnie: Qualche volta, giuro, mi viene voglia di stare dalla parte di Capitan Uncino.

Campanellino: Ma che dici?

Paperino: Anch’io la penso come lei.

Minnie: E ora levati di torno, insopportabile Campanellino. Non sei dei nostri.

Paperina: Vieni da un’altra testa. Da un’altra fantasia non so fino a che punto sana, anche quella.. Sei cosa falsa.

Campanellino: Mi offendete. Offendete me e Peter Pan.

Minnie: Buono, quello. Non gli riesce d’uscire dall’ovatta.

Campanellino: Ed essere fanciulli, avere l’innocenza di un fanciullo per voi è un male?

Paperina: Quando è fuga dalla realtà, sì.

Campanellino: Siete cattive.

Minnie: Siamo stufe. Stufe di vivere storie strampalate. Maschiliste.

Paperina: Abbiamo da difendere la nostra dignità.

Campanellino: Vi state ribellando.

Minnie: Ci stiamo ribellando? Ora che mi ci fai pensare, dico che sì ci stiamo ribellando.

Paperina: Ci stiamo ribellando a lui e a tutti quelli come lui.

Campanellino: Finirete male.

Minnie: Meglio di come ci ha fatto vivere finora.

Campanellino: Quando verrà a saperlo…

Paperina: Deve saperlo. Deve sapere la verità.

(Musica)

Minnie: Non vogliamo cacciaballe e bucanuvole,

ciarlatani e illusionisti.

Paperina: Cortigiane camuffate da signore,

maghe e cartomanti.

Minnie: La verità deve fare male.

Paperina: La verità è fatta di parole vere.

Campanellino scappa.

Minnie: La verità deve far male.

Sennò che verità è.

Paperina: La verità fatta di parole

liberate dall’ipocrisia.

(Musica)

 

Secondo tempo

(Musica)

Sullo schermo si vedono Minnie e Paperina intente a liberarsi dei soliti vestiti per mettersene altri. Gonne corte con spacco, camicette scollate e trasparenti.

Trucco vistoso.

Parrucche.

Le immagini sfumano quando entra Paperino.

E’ contrariato.

Paperino: Devo trovare Topolino. Devo parlare con Topolino. Sta succedendo qualcosa che non capisco. E’ tutto un parlare. Lo Zio Walt è fuori dei gangheri. Dice che tutto si sarebbe aspettato. Sta prendendo pesci in faccia. Gli ridono dietro.

Accidenti, Topolino, ma dove sei?

Entra Topolino.

Giulivo.

Topolino: Paperino, ti vedo agitato… Come al solito.

Paperino: Certo che sono agitato.

Topolino: Per cosa?

Paperino: Come per cosa. Dove sei stato finora?

Topolino: Sono andato nell’isola che non c’è a difendere il tesoro di re nessuno dalla Banda Bassotti.

Paperino: Ma tu ci sei o ci fai?

Topolino: Faccio quel che mi dicono di fare.

Paperino: Qualche volta mi chiedo se non esagerino.

Topolino: Se non ci fossero quei lapis, noi che vita avremmo?

Paperino: Che vita avremmo?

Topolino: Non l’avremmo, una vita.

Paperino Ora ti diverti a confondermi.

Topolino: La verità è una sola. Noi esistiamo grazie a lui, allo zio Walt, e ai suoi collaboratori.

Paperino: E vai a dirglielo, a quelle due.

Topolino: A chi?

Paperino: A Minnie e a Paperina.

Topolino: Che hanno combinato?

Paperino: Si stanno ribellando. Non capisco perché.

Topolino: Si stanno ribellando? E a chi?

Paperino: A lui, allo zio Walt.

Topolino: Al caro Walt?

Paperino: Al caro Walt? Loro lo definiscono crudele. Imperdonabile.

Topolino: Non capisco.

Paperino: Meno male che qualche volta capita anche a te.

Topolino: Nessuno è perfetto.

Paperino: Se ti sente il caro zio Walt…

Topolino: Insomma, vuoi spiegarmi meglio la storia della ribellione di Minnie e Paperina?

Paperino: So che si ribellano.

Topolino: Un motivo deve pur esserci.

Paperino: So che stanno chiamando crudele lo zio Walt.

Topolino: Perché lo chiamano così?

Paperino: Non lo so. Non riesco a capire.

Entrano Minnie e Paperina.

Topolino e Paperino le guardano, ma non le riconoscono.

Paperino: E queste chi sono?

Minnie e Paperina, capito che non sono state riconosciute, si mettono a girare intorno ai due, squadrandoli da capo a piedi. In atteggiamento provocante.

Topolino e Paperino si eccitano.

Topolino: Non so chi siano, ma so che sono due belle gnocche.

Minnie: Gnocche?

Paperina: Sentili i due puritani.

Paperino: Topolino…

Topolino è preso dalle mosse delle due.

Paperino: Topolino…

Topolino non lo ascolta. Allora Paperino lo prende per un braccio e lo porta da una parte.

Paperino: Ascolta.

Topolino: Cosa vuoi? Non vedi che sono occupato?

Paperino: Ho l’impressione che quelle due…

Topolino: Anch’io ho la stessa impressione… Ci stanno.

Paperino: No, no. Ho un’altra impressione. Che non sono quelle che vogliono dare a intendere d’essere.

Topolino: Io so che sono due belle gnocche.

Paperino:  Io penso che ci stiamo per infilare in un grosso guaio.

Topolino: Ce ne fossero di questi guai. Lo zio potrebbe procurarcene. Che dici?

Paperino: Dico che qui, ora, siamo fuori del suo controllo.

Topolino: Meglio.

Topolino abbraccia Paperina, che si divincola. Allora va da Minnie che lo avvinghia.

Topolino: Paperino, non stare lì impalato. Datti da fare.

Paperino: Io ho paura…

Topolino: Paura?

Paperino: Paura.

Paperina lo abbraccia e lo ricopre di baci.

Topolino: Che ne dici?

Paperino, cercando di prendere respiro: Dico che finisce male.

Minnie si stacca da Topolino, che ormai è su di giri, e inizia uno spogliarello. (Musica). Topolino batte le mani. Paperina imita Minnie. Paperino s’agita, cerca di resistere, poi si lascia andare.

Musica conturbante.

Entrano Walt Disney e Campanellino.

Walta Disney: Avevi ragione, Campanellino, sono delle svergognate. Vogliono mandare a monte tutto il mio lavoro.

La musica cessa, Minnie e Paperina interrompono lo spogliarello. Topolino cerca di ricomporsi: Paperino si prende il viso tra le mani:

Paperino: Lo dicevo io.

Topolino: Salve, zio Walt.

Walt Disney, rivolto a Minnie e Paperina: Siete due svergognate.

Minnie e Paperina stanno da una parte, una accanto all’altra per niente intimorite.

Minnie: Svergognate? Ti proibiamo d’offenderci:

Walt Disney: Avete approfittato di due…

Paperina: Dillo che sono Topolino e Paperino. Dillo come vuoi che siano.

Walt Disney: Loro sono la faccia buona dell’America. La faccia onesta. La faccia operosa.

Paperino: Ma chi sono?

Campanellino: Non dirmi, Paperino, che non le hai riconosciute?

Topolino: Neanch’io so chi sono.

Paperina: Siamo due belle gnocche. Non hai detto così?

Minnie: E’ la prima volta che ti ho visto in maniera diversa.

Topolino: Minnie.

Paperino: Paperina.

Topolino: Che scherzo è questo.

Minnie: Non è uno scherzo. Abbiamo dimostrato che sappiamo essere donne.

Paperino: Ma vestite così. Come…

Paperina: Come due mignotte. Dillo pure.

Paperino: No, io… E’ che…

Walt Disney: Avete superato ogni limite. Vi cancello dalle mie storie. E voi due avrete altre fidanzate.

Minnie: Non te la caverai così.

Topolino: Zio, zio Walt…

Campanellino: Ben vi sta.

Paperina: Stai bene in frigorifero, tu. A fare la pubblicità. Ti daranno il lecchino d’oro.

Walt Disney: E vi consiglio, dico a te Topolino e a te Paperino, d’evitare d’ora in poi certe frequentazioni. Potreste…

Paperino: Non minacciarci. Non ti conviene. Perché noi senza di te non siamo nessuno. Ma anche te senza di noi. Non hai altri personaggi come noi.

Walt Disney: Nessuno è indispensabile.

Topolino: Ormai noi lo siamo. Ti piaccia o no.

Walt Disney esce seguito da Campanellino.

Paperino: Lo dicevo io che si finiva in un guaio.

Minnie: A dire il vero, ci siamo finite noi.

Paperina: A me non dispiace per niente questa ribellione. Alla lunga, non so chi ci rimette.

Topolino: Bisogna rimediare.

Minnie: Non so come si possa.

Paperina: Certo è che voi due… Non so quanto ci si possa fidare.

Paperino: Noi siamo leali.

Minnie: Non mi sembra che lo abbiate dimostrato poco fa. E’ bastato che entrassero due vistose che subito avete perso il lume dell’intelletto.

Topolino: Non è che siamo stati allocchi noi, la verità è che siete state brave voi.

Paperino: Bel colpo, Topolino… Ma ora che si fa?

Paperina: Bisogna fargliela pagare, allo zio.

Minnie: Bisogna fargli abbassare la cresta.

Topolino: E come?

Paperino: Già, come?

Minnie: Promuovendo la ribellione di tutti i personaggi.

Paperina: Avrà sempre qualcuno dalla sua parte. Tu guarda in che stato s’è ridotta Campanellino.

Topolino: Non è un suo personaggio. L’ha preso da un’altra storia. Da una storia non sua.

Minnie: Ne ha altri del genere.

Paperina: Troppi.

Paperino: Ha saccheggiato anche Collodi. S’è impossessato di Pinocchio.

Topolino: E ne ha fatto un brutto burattino.

Minnie: Che più brutto non si può.

Paperino: Neanche Benigni è riuscito a tanto.

Paperina: Benigni? E chi è?

(Musica)

 

Terzo tempo

 (Musica)

Sullo schermo appaiono falò di giornali con i personaggi di Walt Disney. Li alimentano mani di bambini e degli stessi personaggi.

Entrano Walt Disney e Campanellino.

Walt Disney: Stanno andando oltre ogni limite.

Campanellino: Lo dico anch’io. Bisogna reagire.

Walt Disney: Loro pensano d’immobilizzarmi. Ma non mi conoscono. Non conoscono che tipo sono. Non ci ho pensato su due volte a licenziare quelli che mi boicottarono facendo sciopero. Io so essere crudele davvero.

Campanellino: Tu non sei Biancaneve, lo si sa. Sei un genio. E ai geni si possono perdonare certe debolezze.

Walt Disney: Mi sono fatto da me. Cinque fratelli eravamo. Eravamo in fattoria. Tutti lì a romperci la schiena. Lasciammo la fattoria e si andò a Kansas City.

(Musica in sottofondo)

La città. Non è che ti salva, la città. Anzi, se non stai attento ti stritola. Mio padre prese in appalto la consegna di due quotidiani, e io e mio fratello Roy dovevamo consegnarli. Ci alzavamo a notte fonda. Ogni tanto dormivo agli angoli delle strade. Poi via a scuola. Sì, dovevo andare a scuola la mattina. Non è stata facile la mia vita. Ecco perché volevo ricreare nei miei personaggi l’illusione della vita.

Campanellino è commossa.

Entrano Minnie, Paperina, Topolino e Paperino.

Minnie: La racconta sempre questa storia per commuovere. Per dare a intendere che lui ha avuto una vita non facile.

Paperina: I creduloni ci cascano.

Minnie: Fatti raccontare, Campanellino, quando si ribellarono i disegnatori, gli animatori. Successe dopo i film “Biancaneve”, “Fantasia” e “La fattoria”. Non appariva nessuno, Nessuna firma aveva il diritto di apparire, tranne la sua: Walt Disney. E glielo dissero. Ma lui niente. Duro: va bene così.

Paperina: C’entrarono i sindacati, nella questione.

Paperino: E fu guerra.

Topolino: Ci furono azioni di disturbo alla prima di Pinocchio.

Minnie: Ce ne furono anche alla prima di Fantasia.

Paperina: La gente era esasperata. Era pagata poco e non aveva neanche la soddisfazione di vedere il suo nome almeno nei titoli di coda. E dire che erano loro gli artefici del successo dello zio Walt.

Paperino: Fatti dire, Campanellino, quante volte lo zio perse la calma in pubblico. Non tollerava. Non voleva il sindacato nell’azienda. Lui diceva che non ce n’era bisogno. Che lui voleva una famiglia, una grande famiglia.

Topolino: Per maltrattarla.

Walt Disney: Io l’ho creata, la grande famiglia. Io ho dato da mangiare…

Minnie: Ma se è stato tuo fratello Roy a costringerti a più miti consigli per non mandare tutto a carte quarantotto. Fu lui a firmare. Tu fosti allontanato dalla California.

Walt Disney: Mi fecero del male. Anche mio fratello mi fece del male.

Paperina: Niente in confronto a quel che hai combinato tu. Dopo.

Walt Disney: Io? Cosa ho mai fatto io?

Sullo schermo appaiono i processi ai presunti comunisti.

Paperino: Io non lo sapevo. L’ho scoperto poco fa. Tu eri un informatore ufficiale dell’Fbi. Conoscevi bene il direttore Edgar Hoover. E ti vendicasti degli scioperanti. E di chiunque ti faceva ombra. Era iniziata la caccia ai comunisti. E le tue accuse, accuse di un informatore ufficiale, stroncarono molte carriere, ridussero decine e decine di persone alla disperazione.

Walt Disney: Non è vero.

Topolino: Non siamo in una tua storia sdolcinata, caro mio. Questa è realtà. Pura realtà. E non si scappa dalla realtà.

Walt Disney: Voi mi volete male.

Paperina: Tu hai voluto male alla gente. Tu.

Lo zio Walt si prende il volto tra le mani. Campanellino si è allontanata da lui.

Campanellino: Non può essere vero.

Walt Disney: Tutti mi avevano abbandonato. Anche la mia famiglia. Mi tenevano lontano dagli Studios.

Campanellino: Niente giustifica una cosa del genere. Hai fatto la spia. Hai rovinato famiglie. Quante ne hai rovinate? Dieci, cento, mille?

Minnie: Devono saperlo tutti i suoi personaggi quel che è stato.. E i lettori devono saperlo. Devono conoscerla tutti, la sua crudeltà.

Walt: Voi non direte niente a nessuno. Prima che lo facciate, vi ammazzo. Vi cancello.

Topolino: Ormai non puoi più niente contro di noi.

Paperino: Ormai siamo liberi.

Paperina: Abbiamo la nostra vita.

Minnie: La tua matita è spuntata.

Topolino: E non puoi sfuggire alla storia.

Paperina: Quando la storia condanna, lo fa in maniera definitiva.

Paperino: E tu non meriti d’essere salvato. Quel che hai combinato non ti salva.

Minnie: Neanche i tuoi film ti salvano. Neanche il tuo sogno.

Walt Disney è in ginocchio. Distrutto.

I personaggi, compreso Campanellino, si prendono per mano e gli girano intorno cantando una filastrocca popolare.

Sullo schermo appare un grosso falò.

 

 

 


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scritto da padulericcardo | 00:48 | commenti Torna in plancia




venerdì, aprile 27, 2007
 

IL POZZO SECCO

di Riccardo Cardellicchio

 

Fu Pina ad accorgersene per prima. Vedova del medico condotto del paese, era solita alzarsi verso le cinque. Aprì il rubinetto del lavandino del bagno, ma ebbe la sorpresa di non vedere acqua. Ci fu come una sfiatata, seguita da un gorgoglio.  Nient’altro.

Allora Pina esce, va nell’orto dietro casa e raggiunge il pozzo. Butta il secchio. E non sente l’impatto con l’acqua. Guarda giù e si rende conto, all’istante, che il pozzo è secco.

Non sapeva che pensare. Era un pozzo profondo una ventina di metri con l’acqua, vecchio di un secolo. Mai un problema, neanche d’inquinamento.

Tornò in casa e telefonò a un vicino.

 “Non ho più acqua - gli dice – Non ce n’è neanche nel pozzo. Mai stato secco. Che può essere successo?”.

Il vicino le dice che non si capacita. La prega di rimanere al telefono, di aspettarlo – va a fare un controllo.

Tornò di lì a poco.

 “Niente – dice l’uomo – Anch’io non ne ho una goccia. Un mistero”. E’ preoccupato. “Telefono in Comune. Sento che mi dicono. Poi ti faccio sapere”.

Pina decise di lavarsi con l’acqua minerale. Ogni tanto ne comprava qualche bottiglia, quando andava al supermercato del capoluogo. La comprava più per gli altri che per sé. La comprava per gli ospiti, non abituati a veder mettere il bicchiere sotto la cannella dell’acquaio o la bocca al secchio del pozzo.

Non hanno acqua del genere. Non l’hanno più. E’ ricca di ferro e manganese, e sa di cloro, la loro. E’ pesa. Puzza, in  alcuni momenti. Sapeva queste cose per avere abitato nel capoluogo una quindicina d’anni, prima che suo marito s’ammalasse, prima che la sua vita fosse sconvolta dalla malattia del marito. Una può metterle nel conto le cose storte, non può andare sempre tutto liscio nella vita. Sono pochi i fortunati. Pochissimi. E allora una come lei, con un po’ di cervello, lo mette nel conto che non può essere sempre tutto rose e fiori - in casa non manca niente, suo marito le vuole bene, non litigano mai. Arriva una figlia che studia bene, si laurea in architettura, conosce un bravo ragazzo, si sposa, va ad abitare fuori della Toscana e la fa diventare nonna presto.

Li mette nel conto i pro e i contro. E il contro arriva con un malore del marito mentre sta visitando un malato. Il ricovero. La certezza, nel giro di due giorni, di un cancro in stadio avanzato. Pochi mesi di vita. La verità detta brutalmente da un collega del marito. E il marito consapevole della gravità della situazione. E giorni di dolore. E di sofferenza, per lui. E poi la morte. E poi il vuoto. “Mamma, vieni con me”, le disse sua figlia. Non ebbe un attimo d’esitazione nel risponderle: “No, non saprei vivere lontana da qui. Ho tutto, o quasi, qui”.

“Ma stai sola”.

“Non ho paura”.

Non hai paura? Ma se non riesci a riposare bene. Ogni minimo rumore ti fa sobbalzare. Ma non devo mollare, si dice. Non devo mollare. Se vado via, se torno in città, campo poco, e male.

Due giorni dopo, telefonò il vicino. Lei era già in stato d’emergenza. Giuseppe, si chiamava. Notizie di prima mano. “Niente acqua. Pozzi secchi. Acquedotto secco. Un disastro”.

“Ma a che è dovuto?”.

“Non lo sanno. Non riescono a capire”.

“Impossibile. Una cosa del genere è impossibile. E’ impossibile che succeda una cosa del genere dall’oggi al domani”.

“Gliel’ho detto anch’io. E loro hanno risposto che è successo e non sanno dare una spiegazione. Hanno chiamato degli esperti. Vengono domani, sembra”.

“Che ne pensi?”.

“Che ne penso, io? Penso al peggio. Qui s’è dato fondo a tutto quel che avevamo. Non abbiamo pensato al futuro. Non abbiamo pensato al danno che facevamo. Abbiamo pensato a far soldi. Soldi a palate”. L’uomo era arrabbiato.

“Che facciamo?”.

“Io ci sto pensando seriamente. Conviene fare fagotto”.

“Lasciare tutto?”.

“Via, andare altrove. Via da questa terra. Ne hanno fatto un mostro”.

“Non è possibile. Non siamo a questo punto. Non possiamo essere a questo punto”.

Disperata. Sì, disperata.” Io non me ne vado. Muoio di sete, ma non me ne vado”.

“Ognuno è libero di pensarla come vuole. Ma qui la natura s’è rivoltata. Si sta vendicando”.

Un cane abbaiò lontano e un gallo cantò sotto un gelso.


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scritto da padulericcardo | 18:32 | commenti (1) Torna in plancia




lunedì, aprile 23, 2007
 

Polvere plastica.18

L’asfalto del piazzale, con l’alternarsi di pioggia e sole si sfalda sempre di più. Diventa sempre più problematico attraversarlo con le gondole piene di spazzatura, da portare ai cassonetti. Le scatole piene di segatura di plastica, teli rotti, avanzi di cibo e rotoli di estensibile finiti, cascano da ogni parte per le vibrazioni e i sobbalzi. Per percorrere i trenta metri fino al cancello ci si mette così tanto che si rischia di sentirsi accusare di essere lenti e imbranati da qualche dirigente di passaggio.
Come per uno strano destino riservato a coloro che di volta in volta si occupano di questa mansione, capita regolarmente che si alzi un po’ di vento...

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scritto da usermax | 23:24 | commenti Torna in plancia




venerdì, marzo 02, 2007
 

Polvere plastica.17

Per far fronte alle necessità di spazio, che ultimamente comincia a scarseggiare, la ditta ha preso in affitto il capannone adiacente. Delle stesse dimensioni, separato dal nostro solo dalla parete longitudinale.
L’officina meccanica, con deposito di ricambi, che c’era prima, aveva chiuso i battenti diversi mesi fa, lasciando all’interno solo un alto strato di polvere, macchie d’olio sul pavimento e nell’aria l’odore tipico di lubrificante.

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scritto da usermax | 17:39 | commenti Torna in plancia


 

 Polvere plastica.16.1 il Robot

Da un mucchio di scatoloni accatastati, di tanto in tanto emerge, in tutta la sua aliena presenza, “il robot”. Una macchina utensile a controllo numerico che in effetti non è poi così strana, e neanche tanto nuova, ma appare certamente fuori posto, nel contesto del capannone. Viene usata di rado, per la maggior parte del tempo sta lì, ferma...

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scritto da usermax | 17:20 | commenti Torna in plancia




mercoledì, febbraio 07, 2007
 

Polvere plastica.16

Le giornate hanno ripreso ad allungarsi visibilmente. Prima si entrava al lavoro la mattina presto che era ancora buio, e iniziava a schiarirsi dopo quasi due ore. A volte sembrava di essere rimasti chiusi lì dalla sera prima. La luce del giorno cominciava ad entrare dai finestroni e dalle porte quando si era già nel pieno delle attività. [...] 

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scritto da usermax | 18:21 | commenti Torna in plancia




sabato, gennaio 27, 2007
 

Polvere plastica.15

Era abbastanza evidente che il ritmo delle ultime settimane non poteva reggere per molto. Ma soprattutto non c'era poi tutto questo bisogno di correre, ragionando a medio termine. Era solo una sfuriata di breve periodo per far fronte a commesse accumulate.[...]

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scritto da usermax | 09:58 | commenti Torna in plancia


 

Polvere plastica.14

Da quando Martino è diventato l’unico caporeparto Maurizio ha perso progressivamente le sue prerogative di organizzatore e controllore del lavoro. I suoi rapporti con Martino sono sempre tesi e a vederli da fuori sembrano due ragazzini che si fanno i dispetti a vicenda.[...]

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scritto da usermax | 09:56 | commenti Torna in plancia




mercoledì, dicembre 27, 2006
 

Polvere plastica.13

Al mio ritorno dopo i giorni di malattia dovuti alla tendinite, avevo trovato delle novità.
All’imballaggio insieme a Pino c’era stata Liza, una delle due sorelle albanesi, che col suo modo di fare irruente e ostinato, aveva scombussolato i soliti ritmi di lavoro. Fino ad allora si andava sulla media di 5 pancali imballati per ogni turno di 8 ore, circa 100/120 scatole. Gli imballatori dovevano occuparsi di tutto: “montare” la linea, rimpiazzare i pancali vuoti andando a prendersi quelli pieni in giro per il capannone, preparare le parti premontate, portare i pancali finiti  vicino alla porta o in qualunque altro spazio dove si stabiliva di metterli, pulire gli spazi di lavoro a fine turno.

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scritto da usermax | 23:51 | commenti Torna in plancia




venerdì, dicembre 22, 2006